Roma Capitale??

Essere capitale di uno Stato ha significato nella storia costituire il nucleo centrale intorno al quale si è sviluppata la sua civiltà, si è elaborata la sua cultura, si sono ideate e costruite le sue strutture sociali, economiche e politiche.
Essa deve rappresentare il motore propulsivo e il modello unificante per un intero Paese, una sorta di crogiolo in cui aspirazioni, esigenze, modalità e proposte diverse e talora difformi possano trovare la loro sintesi in un assetto condiviso e coerente.
Roma ha sempre vissuto con difficoltà e non senza incertezze questo ruolo: vicende storiche complesse ed un processo unitario tardivo e contraddittorio hanno impedito un’elaborazione più meditata e profonda, identificando la sua unicità più nello splendore del passato che nella grandezza del presente.
Non basta ospitare le sedi istituzionali o i cosiddetti “luoghi del potere” per divenire il cuore pulsante di una nazione: occorre esserne il punto di riferimento, il centro ispiratore, l’esempio più alto di efficacia e di efficienza, il più nobile traguardo civile e culturale.
È particolarmente doloroso quindi dover constatare il fallimento di questa esperienza, verificando il degrado costante, i disastri amministrativi, i gravissimi ritardi culturali, la crescente incapacità a riconoscervi un’autentica “società civile”.
Lo sviluppo incontrollato della città, l’aumento della sua popolazione e delle relative esigenze, hanno trovato Roma clamorosamente impreparata, priva di progetti di lungo e ampio respiro di una visione più articolata e composita di proposte concrete e sostenibili.
Ci si è affidati a soluzione temporanee a piccoli e grandi compromessi, ad un lasser- faire opaco o sonnolento che mascherava il sostanziale immobilismo con l’enfasi della celebrità appariscente.
Ma come in natura tutto ciò che non muta è destinato a decomporsi, così una città incapace di reali trasformazioni non può che vacillare, perdere le sue difese, cadere preda dell’illegalità, del malaffare, della corruzione.
Il nuovo verbo economicistico, il guadagno sempre e comunque assurto ad unico valore riconosciuto, sciagurate scelte politiche e amministrative, hanno reso la nostra Roma quasi il simbolo della decadenza e della crisi di un intero paese.
L’Urbe per eccellenza. La patria comune di tutti gli italiani, è oggi una città confusa, disorientata, gravata da mille problemi, stanca, scettica, sfiduciata.
Una città che vive un presente sospeso, in balia dei populismi di turno, caotica e irrazionale, incattivita e aggressiva, apparentemente incapace di riprendere il filo di una composizione levitata, non più in grado di incanalare la viscerale immediatezza della protesta in una partecipazione realmente propositiva.
In questo clima si è aperta, dopo vicende clamorose, a tratti surreali quando non tragicomiche, l’ennesima stagione elettorale alla riceva ancora una volta del demiurgo, del deus ex machina che miracolisticamente riscriva la favola bella di una città da cartolina.
Ma niente e nessuno potranno restituire a Roma la sua dignità perduta, la Grande Bellezza oltraggiata se, con un autentico scatto di orgoglio, i suoi cittadini non recupereranno il senso profondo di identità, di appartenenza, di piena consapevolezza che la città è quello che noi siamo, con le nostre scelte e i nostri comportamenti, è il contributo che ciascuno di noi può dare per la sua tutela e la sua crescita.
Diritto di cittadinanza vuol dire operare insieme per una città viva e decorosa, significa impegnarsi per ricostruire quella civiltà quotidiana e quella civiltà delle idee che abbiamo sacrificato al profitto.
Significa comprendere che lo sviluppo economico di Roma è legato alla sua cultura passata, presente e futura, che la valorizzazione del suo ineguagliabile patrimonio deve improntare la sua vita civile e non essere unicamente destinata ad un turismo consumisticamente verace, superficialmente distratto, quantitativamente numeroso ma spesso qualitativamente scadente, che la città si apre e accoglie e non si svende.
Non di grandi eventi ha bisogno Roma, non di oceaniche adunate sportive, religiose, o pseudo culturale, non di un affollamento indifferenziato e scomposto che procuri una rutilante pubblicità che nasconde, ampliandole, le infinite criticità, ma di un lavoro serio, attento e costante in grado di ridisegnare i contorni sbiaditi del suo vivere civile.
Occorre l’impegno, lontano dai riflettori, di tutte le forze che ancora avvertano la vitale importanza della legalità, anche applicata nella semplicità di ogni giorno, che sappiano che il bene comune è il bene di ciascuno che, dopo anni di individualismo esasperato, siano consapevoli che solo camminando insieme si arriva al traguardo.
La grande sfida è recuperare la volontà dopo il rifiuto e l’abbandono, ritrovare la capacità di confrontarsi sulle idee e non sugli slogan, rivalutare l’esperienza e la competenza dopo l’ubriacatura del nuovismo dilettantesco, ricordarsi che la politica è l’espressione della polis intesa come la comunità responsabile e partecipativa che fa di una massa un popolo, di un orbis un’urbem.

Una Compagna di Giubberosse






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