La Sinistra nel nuovo Millenno – report

INCONTRO del 17/2/2016
“La Sinistra del nuovo millennio”
Relatori:
Luciana Castellina
Alfredo D’Attorre
Oriano Giovanelli
Fabio Mussi
Michele Prospero
Andrea Ranieri

Abbiamo archiviato il Novecento, “il Secolo breve”, con le sue speranze e i suoi lutti, le sue conquiste e le sue sconfitte, le sue illusioni e le sue catastrofi; ed abbiamo inaugurato un nuovo Millennio, sinonimo di palingenetiche trasformazioni, di cambiamenti epocali, di grandi traguardi e di ardimenti finora intentati.
L’alba di una nuova era, luminosa e feconda come tutti i risvegli.
Ma il presente che stiamo vivendo non ci appare né limpido né innovativo, trascinando piuttosto con sé, dietro la stordente velocità tecnologica, tutte le criticità ereditate dall’epoca precedente, tutti i nodi irrisolti, tutte le scelte rivelatesi fallimentari ed ancora pervicacemente difese e perseguite.
Il verbo neoliberista, celebrato come trionfante ed imperituro nell’ultimo trentennio del ‘900, continua a imperversare, malgrado abbia prodotto una destrutturazione profonda nella vita civile, politica e culturale.
La dominanza finanziaria, al posto di una lucida e composita visione economica, la globalizzazione, lo sviluppo tecnologico inarrestabile ed incontrollabile, hanno minato le basi stesse dello Stato democratico, creando una pericolosa asimmetria.
Si è assistito alla progressiva evaporazione della politica, al devastante declino dei partiti, che soli compensavano le fragilità di uno Stato, al crescente affanno di una democrazia via via privata della sua linfa vitale, la pluralità delle idee e la possibilità di realizzarle.
Al posto dei partiti imperano demagogie spicciole e populismi di giornata, costantemente alimentati da una vertiginosa povertà culturale e dalla mancanza di reale alternative, mentre le politiche nazionali, denotando una palese inferiorità strategica, balbettano sotto il ricatto dei mercati e le imposizioni dei tecnici, capaci solo di affidarsi ad una leaderismo comunicativo e appariscente.
Anche l’Europa, che avrebbe dovuto rappresentare il nuovo, grande soggetto politico, si è saldamente fortificata entro le sue istituzioni ultraliberiste, senza autocritica e senza cedimenti.
In nome di un europeismo retorico, in realtà ben lontano da quello civile, culturale e sociale immaginato da fondatori, si è costruita solo un’unione ottusamente contabile e monetaristica, disarmando di fatto la politica nazionale di molti Stati, inevitabilmente sostituita da deriva nazionalistiche e xenofobe.
Mettendo al centro il sistema finanziario che si autodetermina senza controlli, si scivola verso una sorta di medioevo ad alta tecnologia, dove le differenza economiche e sociali appaiono maggiori di quelle un tempo esistenti tra il sovrano e la gleba, assimilabili ad una regressione tribale che non accenna ad arrestarsi.
In un panorama di tale natura, che si configura quale ideale campo d’azione per rivendicare eguaglianza, equilibrio sociale, sviluppo democratico e partecipativo, appare assordante il silenzio della Sinistra e penosa la sua incapacità a liberarsi della malia neoliberista in cui anch’essa è rimasta avviluppata, a proporre nuove soluzioni ed a proporsi come concreta alternativa di sistema.
Quando ormai appaiono palesi la crisi e l’inadeguatezza del trentennio neoliberista, essa riesce soltanto ad agitare il logoro vessillo dell’antipolitica e del populismo, invece di impegnarsi a realizzare una critica radicale e profonda del nuovo capitalismo.

Tutta la Sinistra europea appare sostanzialmente afona, appiattita sull’inerte accettazione dell’ineluttabilità della strada fin qui seguita, incapace di modulare nuove strategie e nuovi metodi.
La globalizzazione del capitalismo, il suo progressivo sottrarsi ai limiti e al controllo dello Stato, che comunque favoriva solidità ed uguaglianza, hanno spostato il conflitto oltre la politica nazionale, via via impoverita sino a subire il ricatto delle politiche finanziarie europee.
Negli Stati più fragili si è ormai concretizzata una sorta di eterodirezione dei governi che ha di fatto esautorato l’autonomia nazionale.
E l’Italia rappresenta un esempio paradigmatico di resa della politica, e della Sinistra in particolare: pur avendo nella sua storia un partito che rappresentava il più solido riferimento europeo, ricco di idee e di ideali, di uomini, di partecipazione, lo si è frettolosamente liquidato come un impaccio, come un inutile se non deleterio retaggio del passato.
Invece di operare gli opportuni adeguamenti, le necessarie riformulazioni di contenuti e di metodi per meglio adeguarlo ai repentini cambiamenti sociali, economici, culturali, si è preferito rifiutarlo in toto, prediligendo un partito leggero e indistintamente accogliente, aperto a tutto e al contrario di tutto, inclusivo senza troppe differenze e specificità.
Dimenticando che un partito è per definizione “di parte”, racchiude cioè una precisa visione del mondo e della società, dei diritti inalienabili, della configurazione di uno Stato, dei valori che ritiene fondamentali e non negoziabili.
Dimenticando che accogliere non vuol dire mescolarsi, che diluire troppo i propri principi significa sbiadirli fino alla dissoluzione, che la modernità non si indentifica con l’adesione acritica al pensiero dominante, che l’essenza della politica è avere una visione del futuro e non operare unicamente nell’urgenza e nel consenso del presente.
Il PD oggi è solo un comitato d’affari della piccola borghesia toscana, scalabile quindi da qualsiasi altro comitato d’affari.
Ispirato ad una lettura neoautoritaria del sistema politico, poggiandosi un leaderismo decisionale avventato e precario, senza una robusta ed articolata progettualità ma solo affidandosi a piccoli, quotidiani espedienti compromissori, il PD non appare più, malgrado il tenace ottimismo di alcuni, un partito riformabile al suo interno, riproponibile nella sua struttura o riproducibile nei suoi intenti.
La delusione profonda per questa esperienza fallimentare ha prodotto il crescete astensionismo, ultima, sofferta protesta di chi non si sente rappresentato, di chi assiste incredulo alla progressiva demolizione della sua storia, sostituita da una narrazione vivace e vuota.
Si è ormai entrati in una fase di emergenza: non si tratta più di fondare o rifondare un altro partito, ma di ricostruire la Sinistra che di fatto non esiste più, di ricomporre e tutelare una democrazia che appare in pericolo.
Voler destrutturare la seconda parte della Costituzione per poter disattivare la prima, nucleo fondante del nostro Stato, e legittimare così avventurose riforme in chiave neoliberista sul lavoro, scuola, risparmio, significa svuotare il sistema democratico, sminuire il ruolo dello Stato, rendere superflua e vana la funzione dei partiti.
E quando i cittadini, tra qualche mese, saranno chiamati con un referendum ad esprimersi al riguardo, abbiano ben chiaro quale sia la posta in gioco, quale le conseguenze sulla loro vita e su quella del Paese che vogliono costruire.
Ancora una volta tocca coloro che si riconoscono nel significato autentico della Sinistra capire, spiegare, agire perché si fermi questa deriva.
Tocca a loro ritrovare una comunità di intenti, riprendere le fila di un discorso troppe volte interrotto, ristabilire un’unità troppe volte frammentata, per uscire dalla lunga notte del pensiero unico, per recuperare la sana limpidezza delle differenze, per riconoscersi nella precisa e univoca definizione dei propri valori.
E poiché sembrano affermarsi nazionalismi e populismi, contrapponiamo un patriottismo costituzionale che tuteli l’interesse nazionale dei lavoratori e rivendichiamo un populismo democratico che ponga al centro quella sovranità che solo appartiene al popolo.

Questo riassunto è stato prodotto dalla rielaborazione dei contenuti emersi durante l’incontro e raccolti da una nostra compagna.






%d blogger cliccano Mi Piace per questo: