Art 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

17 Giugno 2015

II° Incontro:

Art 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente  in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Relatori:

Fabio Mussi

(MEMBRO COORDINAMENTO NAZIOANLE SINISTRA ECOLOGIA E LIBERTA’)

Carlo Galli

(DOCENTE UNIVERSIATRIO – DEPUTATO PD)

In un sistema inteso come compiutamente democratico i partiti hanno sempre costituito il fulcro e l’essenza, la fucina e il motore di qualsiasi azione civile e politica.

In essi si compendiano una storia, una cultura, una visone del mondo, in essi si riconoscono e prendono forma progetti ed utopie, programmi ed idee, in essi una nazione identifica le sue attese e le sue aspirazioni.

Ed è proprio la loro fondamentale importanza a richiedere che siano continuamente innovati e vivificati, animati da un’etica alta e lungimirante, attenti e partecipi alle esigenze del singolo e della collettività.

Ma dobbiamo purtroppo ammettere che nel contesto attuale la discussione sui partiti sta assumendo connotati quasi metafisici: nell’accezione più piena essi di fatto non esistono più, ridotti a meri comitati elettorali, ad opache macchine di potere facilmente permeabili dalla corruzione.

E’ il naturale epilogo di un processo in atto ormai da un trentennio, che ha visto il progressivo prevalere dell’economia, intesa come pura finanza, sulla politica, che ha assistito all’inarrestabile dilagare del mercato non più regolato dalle norme del liberalismo classico.

In tale contesto sono crollati i poteri delle singole nazioni, è venuta meno l’autonomia della politica e con essa quella dei partiti divenuti sostanzialmente muti salvo una generica e spesso vorace aspirazione a vincere senza proposte e senza progetti.

L’assenza della politica genera disincanto, disinteresse, rifiuto: l’astensionismo sempre più massiccio che ha caratterizzato le ultime vicende elettorali dovrebbe suonare come un gravissimo campanello d’allarme, il sintomo palese di una pericolosa involuzione.

Al contrario viene relegato a fatto marginale, liquidato come ininfluente di fronte ad una maggioranza comunque raggiunta.

Con l’articolo 49 i padri costituenti sancivano un diritto basilare per la democrazia, legittimando la partecipazione dei cittadini, il pluralismo delle idee, la possibilità di agire direttamente sulla vita dello Stato.

Pur essendo soggetti di diritto privato i partiti venivano individuati come strumenti essenziali per garantire e tutelare le minoranza e le libertà personali, come insostituibile baluardo contro le derive autoritarie.

Il progressivo arretramento della politica li ha via via deprivati della lor funzione originale, tramutandoli in serbatoi di voti e non di idee, di interessi personali e non di attenzione al bene comune, di sostegno al leaderismo imperante e non di crescita individuale e sociale.

Anche le innovazioni introdotte per attuare la partecipazione ed il coinvolgimento dei cittadini, quali le primarie adottate dal Pd, hanno via via perduto il loro valore iniziale, mescolando in un amalgama indistinto iscritti e non iscritti, velleità personali ed autentico impegno, in una sostanziale assenza di regole che ha finito per ribaltare la loro funzione: è il candidato che sceglie il suo popolo (o la compra).

Soprattutto non è attraverso le primarie come oggi concepite che si seleziona una valida classe dirigente, frutto invece di esperienza, di realizzazioni concrete, di comprovate capacità.

In un panorama così incerto e confuso, appare ancora più destabilizzante e potenzialmente pericoloso introdurre con imprudente velocità una legge elettorale a dir poco discutibile ed una riforma costituzionale gravida di incognite, che rischiano di provocare effetti non facilmente controllabili se non addirittura devastanti.

La crisi della nostra Repubblica ha conciso con quella dei partiti, è venuta meno la necessaria mediazione politica preventiva rispetto a quella istituzionale in Parlamento.

I deputati hanno il compito di rappresentare la nazione, di far funzionare la macchina dello Stato, di dare al cittadino la convinzione di essere rappresentato nelle sue aspirazioni.

Questo è stato nel nostro Paese il ruolo dei partiti dal 1890 al 1990: si sono succeduti partiti democratici, totalitari, di massa, ma tutti costituivano il nucleo della politica, il vero potere dello Stato con cui anche l’economia doveva confrontarsi.

Ma il sistema capitalista nella sua connotazione attuale, ha deciso di liberarsi della politica, come di una zavorra inutile e onerosa.

E’ riuscito ad affermare una sorta di individualismo nicciano di massa, realizzando un processo storico-politico perfetto: ha tolto al lavoro ogni rappresentanza politica, ha dipinto la mediazione come un inutile impaccio, ha rappresentato lo Stato come la bestia da affamare.

Conta solo il singolo senza limiti e senza regole, in un liberismo incontrollato capace solo di fare speculazione: nel grande regno del mercato c’è posto solo per un capitalismo senza politica, bollata come casta, per un divario economico divenuto insostenibile, per il massacro del ceto medio e delle classi più povere.

I cittadini ridotti a poltiglia sociale non sono più in grado di riconoscersi in geometrie politiche, di pretendere e di insegnare le responsabilità ed i partiti, intesi come realtà storico-politiche popolari, infastidiscono i poteri forti che preferiscono investire, pro tempore, su una persona sola al comando.

Ma guidare uno Stato non significa tout court comandare, annichilire le differenze, distruggere l’avversario, frastornare con la rapidità decisionale ma vuol dire mediare, ascoltare e rispettare le opinioni altrui, trovare la sintesi tra le diversità, ricomporre i conflitti.

Quando la politica viene identificata solo con i caratteri dispregiativi della casta, quando viene negata come sistema da combattere, anche i partiti, svuotati del loro primigenio valore, privati di quel finanziamento pubblico che, se ben controllato, ne avrebbe garantito l’autonomia, diventano facile preda di interessi privati e di derive corruttive.

Non sarà né facile né immediato rifondare un modello sociale e politico solido, inclusivo ed effettivamente democratico: troppo bassa la densità del lavoro rispetto a quella del capitalismo, troppa la sfiducia soprattutto da parte delle nuove generazioni, troppo il discredito da cui è stata investita la politica, troppa la cecità con cui l’Europa ha affrontato le grandi questioni economiche-sociali favorendo la rinascita di pericolosi nazionalismi.

Molto è da ricostruire, cominciando dai fondamenti intellettuali e forse la scelta più saggia sarà ancora una volta quella di ridisegnare il futuro affidandosi ad un a scuola pubblica che sappia riappropriarsi del suo ruolo insostituibile di promozione umana, civile e culturale.

Una scuola le cui finalità non siano certo lo sviluppo dell’autoimprenditorialità ma l’impulso a costruire e ad affinare lo spirito critico, la capacità di comprendere e di elaborare, di compiere scelte autonome e responsabili, di confrontarsi con se stessi e con il mondo.

Una scuola che insegni ad essere unici non rispetto agli altri ma con gli altri.

a cura di Maria Pia Zattella



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