Dei diritti e delle pene.

Sintesi dell’incontro tenuto il 3 giugno 2015 presso la Cappella Orsini in via di Grottapinta, organizzato da Giubberosse.

Dei diritti e delle pene.

Articolo 13 della Costituzione.

Relatori: Michele Prospero, docente di filosofia politica università la sapienza; Roberta Agostini, deputata pd.

“La libertà personale è inviolabile”.

Il principio che regola l’articolo 13 della nostra Costituzione racchiude ed esalta un diritto inalienabile che a dietro di sé una storia antica, di idee, di lotte, di faticose e mai definitive conquiste. E’ il diritto che sancisce come nessun altro la piena autonomia delle persone, da sempre identificato come il fondamento di ogni struttura sociale e politica. E’ il nucleo attorno al quale si sono costruiti e modificati sistemi, si sono contrapposte teorie, si è modificato il costruire, si sono sviluppate le leggi. Dalla Magna Charta alla Petizione dei diritti, alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, tutti gli Stati moderni hanno proceduto a redigere carte costituzionali che su quel diritto e sulla sua interpretazione trovavano il pilastro e il principio ispiratore. E’ in tale contesto che prende forma il grande tema del rapporto fra il singolo e lo Stato, tra il pubblico e il privato, tra le libertà personali e le norme che regolano i rapporti sociali.

Dopo le perentorie affermazioni dei giusnaturalisti, che definiscono i diritti naturali come precedenti quelli pubblici e i diritti dell’individuo come prevalenti su quelli dello Stato, si sviluppano le teorie liberali che mirano ad impedire l’arbitrarietà del potere, a limitare l’invadenza dello Stato, a tutelare le libertà soggettive. Ma l’evoluzione storica e filosofica suggerisce altre ipotesi e soluzioni: non esistono diritti prima dello Stato, i diritti soggettivi sono riflessi di quelli statali. In una visione statocentrica le libertà individuali sono pericolose e destabilizzanti, solo lo Stato è l’ordine e la sicurezza contro la caoticità del singolo: questo è il modello che più a lungo si afferma in italia, a partire dallo Statuto albertino, e prolungata sarà nel nostro paese l’assenza di una cultura liberale e delle opportune valutazioni delle libertà soggettive. Soltanto l’esaltante ma effimera esperienza della Repubblica Romana cercherà di rompere questo schema, individuando nella sua carta costituzionale, con lucida e lungimirante chiarezza, la fondamentale tripartizione fra diritti civili, diritti politici e libertà sociali. Ma quella che veniva ritenuta e auspicata come una logica successione, come una naturale evoluzione, non si è invece mai realizzata senza grandi processi di rottura, senza profondi conflitti. E’ il ruolo storico della violenza teorizzato da Barrington Moore: la violenza della rivoluzione impedisce la violenza senza libertà. Ne è testimonianza la Costituzione di Weimar redatta nel 1918/19, che definisce i contorni essenziali del costituzionalismo novecentesco. Nell’anno precedente un evento epocale, la rivoluzione russa, ha proclamato la difesa dei diritti del popolo sfruttato: il lavoro quindi irrompe come elemento essenziale nella definizione delle libertà personali. Il nuovo secolo scopre le disuguaglianze e la libertà dal bisogno diviene l’elemento centrale nella categoria dei diritti. Mentre l’idealismo sottolinea la contrapposizione tra libertà e Stato, affidando tutta la vita alla libertà delle scelte personali, al negozio giuridico basato su autonomia e libertà, la Costituzione di Weimar scopre la socializzazione del diritto privato, affermando che i soggetti giuridici non sono uguali se persistono le differenze di potere. E’ il concetto di cogestione economica sancito dall’articolo 108: le ineguaglianze giuridiche invalidano tutte le norme scritte per avere uguaglianza sociale e un principio astratto di uguaglianza non permette di trattare in maniera uguale sistemi disuguali. La nostra Costituzione recupera lo spirito di quella di Weimar, ma introduce diritti nuovi che non riguardano le proprietà e i diritti privati. Fissa una netta demarcazione tra i diritti fondamentali e quelli di proprietà che non sono universali: per Beccaria la proprietà è un terribile diritto perché esclude l’altro. La Costituzione repubblicana fa della persona il fulcro, l’essenza stessa dell’ordinamento: il soggetto non è più l’individuo astratto dei liberali, ma l’autentico protagonista, il vero principio ispiratore. Supera in tal modo i contrasti fra lo Stato e la struttura sociale, e ne colma le differenze, individuando i diritti sociali come fondativi rispetto a quelli politici. La possibilità di coniugare diritti soggettivi sociali e politici è stata favorita dalle vicende anche tragiche e dalle lotte del ‘900, che hanno temporaneamente fatto retrocedere l’avanzata capitalistica a favore di un socialismo liberale più accorto e solidale. Ma, a riprova che i diritti non sono un catalogo chiuso, un’acquisizione definitiva, si assiste oggi ad un progressivo e sostanziale svuotamento di quei principi che della Carta sono il fondamento. E’ stato colpito il riconoscimento della centralità del lavoro come pilastro della Costituzione, che perde così la sua sovranità, la sua forza di salvaguardia e di difesa. Senza la centralità e l’autonomia politica del lavoro anche i diritti si indeboliscono, divengono puro materiale cartaceo senza valore. Dietro una formale, apparente tutela, l’uomo moderno è solo ed inerme di fronte alle difficoltà e si consuma un nuovo drammatico divorzio tra bisogni e libertà soggettive. Quelli che in Europa dovrebbero essere i massimi organi di garanzia, le Corti di Strasburgo e del Lussemburgo, riconoscono quei diritti non più come fondativi, ma solo correlati al processo di concorrenza. Ancora una volta proprio l’articolo 13, sintesi e summa dello spirito costituzionale, è pesantemente minacciato, mentre si aprono nuovi e inquietanti scenari: il mondo della rete, i mercati, i rapporti di potere divenuti più opachi, un costituzionalismo irenico e sostanzialmente inerte. Proliferano le carte dei diritti ma il pauroso vuoto della politica sta progressivamente e gravemente minando anche quei diritti fondamentali che sembravano definitivamente sanciti. Poiché non esistono diritti senza soggettività politica, si è indegnamente consentito che populismi incolti e rigurgiti oscurantisti rimettessero addirittura in discussione quel profilo classico della libertà del corpo che Stuart Mill aveva teorizzato già nel XIX secolo. La doverosa e basilare azione politica si è tramutata in una pavida e opportunistica incapacità decisionale, affidando, con un’inaudita supplenza, all’organo giudiziario i conflitti e i doveri di quello legislativo, costituende il mito dell’interpretazione giuridica al posto di quella politica. Ancora intorno all’articolo 13 bisognerà convergere per recuperare le linee guida di una società autenticamente civile ed effettivamente democratica. Questo dovrà essere il compito e il dovere di una sinistra rinnovata: ridefinire la giusta sintesi tra libertà e bisogni.






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