Austerità crisi, il risultato del dibattito

Abstract di Pia Zattella.

Relatori: Andrea Baranes (Presidente fondazione Banca etica), Nicoletta Dentico (consigliere amministativo Banca etica), Stefano Fassina (deputato PD), Gennao Zezza (docente di economia all’Università di Cassino).

Austerità e crisi sembrano ormai costituire un binomio inscindibile, la causa e l’effetto, la malattia e la cura, il danno e il rimedio. Il modello neoliberista, trionfante a destra e sinistra malgrado i più che palesi fallimenti, ha matematizzato l’economia, ha spazzato via vecchie e nuove teorie più articolate e complesse, ha tutto circoscritto alle cifre del debito pubblico e dello spread.
Non più il tradizionale liberismo, con il quale si può anche concordare, ma una crescente e spregiudicata finanziarizzazione dell’economia, senza limiti e senza controlli, con i mercati, in grado di condizionare se non di ricattare l’intera vita degli Stati.
La crisi del 2008, di cui ancora oggi sono ben vive le conseguenze, nasce dal collasso della finanza privata negli USA e in Europa, dall’accumulazione di debiti privati, dagli squilibri strutturali fra mercato del lavoro e scambio di merci e servizi. Gli Stati devono intervenire per il salvataggio delle banche, trasferendo quindi la crisi dal privato al pubblico, con la necessità di emettere titoli a tasso di interesse sempre più alto e con il conseguente peggioramento del debito pubblico. Vengono così socializzate le perdite, frutto unicamente di una finanza irresponsabile e vorace, e il prezzo più alto viene pagato dai cittadini e dall’intero sistema sociale.

Ma la vulgata ufficiale è riuscita a capovolgere la lettura degli eventi, a manipolare l’immaginario collettivo, a puntare il dito accusatore sugli Stati spendaccioni, sull’eccesso di welfare , sul costo del lavoro. E anziché intervenire sull’opacità speculativa e su un sistema senza regole che ha visto proliferare evasione e corruzione, come unico rimedio si è affermato il “verbo dell’austerità” nuovo mantra categorico ed implacabile. Da qui l’ordine perentorio di “tagli” e di “riforme strutturali che hanno significato non opportune valutazioni di merito e di efficacia, ma smantellamento indiscriminato dello stato sociale, svalutazione del lavoro, attacco a stipendi e pensioni, crescita del malessere e del disagio.
Con pervicace inflessibilità, si è chiusa la vita degli Stati entro rigidi parametri numerici, soppesando unicamente l’entità dei loro debiti e crediti senza valutare i costi umani e civili di tale intransigenza. Nulla sembrano contare la vita delle persone, divenuta precaria e difficile, l’arretramento civile e culturale, la perdita paurosa di posti di lavoro, la stessa tutela della salute, obbligo primario per qualsiasi stato che si definisca civile.
Si è arrivati a parlare di “decrescita felice” come se l’obiettivo di un paese non debba essere sempre la crescita, di cultura, di arte, di sviluppo che non mini la sostenibilità planetaria, del patto sociale.
Non di job’s act abbiamo bisogno, ma di job’s garanty, di un investimento in infrastrutture sociali: scuola, formazione, assunzioni.
Gli stati europei, uniti da una moneta ma non da una politica economica concorde e solidale, sembrano incapaci di superare vecchi schemi, di individuare nuove e coraggiose soluzioni, di realizzare quel processo di redistribuzione e di trasferimento di risorse che solo può segnare l’uscita dalla crisi.
La drammatica vicenda greca dovrebbe far comprendere che l’economia non è solo scrupolosa tenuta dei conti o vivacità finanziaria, ma una realtà complessa e composita in rapporto diretto con l’equità sociale, con i diritti dei cittadini e che non di soli tecnici vive la democrazia ma di scelte politiche libere e consapevoli.
Se non sapremo contrastare la follia mercantilistica a guida tedesca con l’attacco costante al lavoro e con la strategica ibridazione pubblico-privato, non rimarrà forse che inchinarsi rassegnati ai nuovi dei dell’olimpo di Davos.



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