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Meritocrazia

La meritocrazia dei liberisti

La parola “meritocrazia” fu coniata dal sociologo inglese laburista Michael Young agli inizi degli anni ’50. Il libro “L’origine della meritocrazia” fu pubblicato in italiano dalle edizioni di Comunità, di Adriano Olivetti.

E’ un libro di fantasociologia, in cui, dopo aver all’inizio fatto l’elogio del termine contrapposto alle varie aristocrazie e gerontocrazie dominanti, mostra le assurdità di una società in cui ricchezza e potere vengono distribuiti sulla base dei risultati scolastici e ancor peggio dei quozienti di intelligenza.

La casta che ne deriverebbe, secondo Young, sarebbe ancora più chiusa, impermeabile, escludente, delle vecchie caste a cui si contrappone.

In particolare la scuola finirebbe per rendere la selezione sempre più precoce concentrando sui pochi  le eccellenze educative, ed aumentando a dismisura la selezione e la dispersione di quanti non si adeguano agli standard di intelligenza dagli stessi “intelligenti” definiti.

Sarebbe l’ora di restituire l’onore-magari  ripubblicando il suo libro- a questo vecchio laburista, fiero avversario del blairismo, della progressiva acquiescenza della sinistra al pensiero unico neoliberista, e fatto passare da morto, grazie al titolo del suo libro più importante, “The rise of meritocracy”, uscito nel 1958, quasi come un anticipatore dello stesso, il precursore, attraverso la scoperta della meritocrazia, di una società in cui i valori del mercato e della competizione avrebbero impregnato di sé ogni aspetto della vita sociale, a cominciare dall’istruzione.

Fra i meritocratici italiani “riscopritori” di Young spicca indubbiamente Roger Abravanel, una grande carriera in Mc Kinsey, e autore nel suo “Meritocrazia” di una lettura di Young che oscilla fra l’incomprensione e la usucapione arbitraria del termine e del pensiero del nostro.  Non c’è da stupirsi più di tanto, perché operazioni di questo tipo non le fanno solo i consulenti alla moda, ma anche l’Accademia.

Basta affacciarsi ad un manuale di marketing per imbattersi nell’”effetto Veblen”, che si ha quando l’aumento di prezzo di certi beni, anzi che scoraggiare il consumatore, ne aumenta l’appetibilità e lo smercio. E Thorsten Veblen che già nel 1899 aveva messo a nudo il “consumo vistoso”  come  l’indicatore del prevalere della rendita e della speculazione, della ricchezza senza lavoro e senza intelligenza, una sopravvivenza dell’arcaico istinto di rapina nelle classi agiate della società, e un modo perverso e assolutamente attuale per far sognare ai  poveri i sogni dei ricchi, viene presentato ai nostri giovani come l’inventore della più raffinata e postmoderna tecnica di marketing. Il pioniere dell’economia esperienziale.

Del resto ci aveva avvertito Walter Benjamin. “Se vincono loro nemmeno i nostri morti sono al sicuro”. Ed è indubbio che per lungo tempo il “loro” pensiero, quello che fa del mercato l’alfa e l’omega non solo delle transazioni economiche ma anche delle relazioni sociali e degli ambiti di vita, ha vinto, trascinando con sé anche gran parte della sinistra, trascinata dai “vincenti” Bill Clinton e Tony Blair.

John Goldthorpe e Michelle Jackson in un saggio del 2008, pubblicato in Italia da Stato e mercato, hanno giustamente indicato in Daniel Bell e nei “liberal della guerra fredda” gli autori della traslazione del termine meritocrazia da negativo a positivo.

La meritocrazia è, per Bell, una caratteristica fondamentale dell’era postindustriale. Il merito scolastico avrebbe dovuto diventare la griglia fondamentale attraverso cui si selezionavano i quadri e i tecnici più efficienti di cui la nuova economia e la nuova società avevano bisogno, e il merito scolastico avrebbe dato una nuova giustificazione morale alle inevitabili disuguaglianze di reddito e di agiatezza. In questo quadro la meritocrazia diventa un argine contro posizioni liberal più radicali, che puntavano ad una progressiva uguaglianza non solo delle opportunità, ma anche degli esiti, e che trovavano una base teorica e filosofica nelle Teoria della giustizia di John Rawls.

Adire il vero per Bell la meritocrazia stava dentro una evoluzione in cui le disuguaglianze sarebbero diminuite, per via del peso crescente che avrebbero assunte le decisioni politiche, prima di tutto proprio sul terreno della conoscenza, nell’economia post industriale. Quali fortune abbiano avuto queste “previsioni” è sotto gli occhi di tutti.

Resta il fatto che la istruzione assume il ruolo di legittimatore in ultima istanza delle disuguaglianze, con una radicale inversione di senso rispetto ai classici dell’illuminismo (Condorcet), ma anche rispetto ad Adam Smith, per cui il compito fondamentale dell’istruzione  pubblica era il contrastare proprio il formarsi e il consolidarsi delle disuguaglianze, l’estendersi puro e semplice del mercato alla società tuta intera.

G. e J. nel saggio citato mettono a nudo una grande contraddizione  della meritocrazia. Quella di cioè di volere essere una giustificazione etica delle disuguaglianze nella società di mercato, e al tempo stesso di aver bisogno per affermarsi di uno Stato fortissimo, capace di contrastare alla radice le condizioni di maggior favore dovute alla nascita e al censo.

Che del resto è un punto centrale dello stesso libro di Young. Abolizione secca della trasmissione ereditaria delle ricchezze, chiusura di tutte le scuole private, anticipazione sempre più precoce, e rigidamente subordinata ai quozienti di intelligenza, delle differenti carriere scolastiche e lavorative. E uno Stato costretto ad intervenire contro il traffico del DNA, man mano che i progressi dell’eugenetica- che della meritocrazia è corollario- permettono di prevedere, fin dal grembo della madre, le attitudini al sapere e al comando dei nascituri.

Del resto se vogliamo trovare nel mondo moderno i mondi che più hanno distribuito prestigio e potere sulla base del merito scolastico- sono sempre G. e J. A dircelo- bisogna fare riferimento ai Paesi del socialismo “reale”, e oggi probabilmente alla Cina, fatte salve le prerogative intangibili delle alte burocrazie di Partito, la cui preoccupazione di come trasmettere potere e ricchezza ai figli sembra del tutto omologa a quelle dei ricchi della società capitalistica. Una bella contraddizione comunque per chi ha inventato la meritocrazia per giustificare le disuguaglianze nel capitalismo liberista.

Ma di Stato ci sarebbe anche bisogno a valle del processo formativo, perché le imprese dovrebbero tener conto dei risultati della scuola e dell’Università per distribuire posizioni professionali e potere. Cosa inconcepibile per un classico del liberismo come Hayek, che  la liquidò in due scritti del 1970 e del 1976 sostenendo che in un’economia di mercato spetta ai datori di lavoro e solo a loro valutare il merito e il potenziale produttivo dei loro dipendenti.  E sulla base di parametri quali l’attitudine al comando, la capacità di stabilire relazioni, il fiuto per tutto ciò che si può tradurre in denaro, insomma “quel certo non so che”, che si acquisisce più facilmente nelle “buone famiglie” che nella scuola e nell’Università. Ma, obiettano i meritocratici contemporanei, se, nell’economia della conoscenza,  non si dà spazio al merito si fallisce. Appunto,  si fallisce alla grande come dimostra la crisi finanziaria in corso, in cui quelli dei piani alti, circondati da tanti giovanotti addestrati a tradurre merito in denaro e potere, hanno ignorato ogni elemento di conoscenza che potesse  mettere in discussione le loro posizioni di comando e le loro ricchezze, portando alla rovina le loro società e la vita di milioni di persone. Perché, è Manuel Castells a dircelo, nel mondo presente “le tecnologie del potere” mettono sistematicamente in scacco “il potere delle tecnologie.

La base etica della meritocrazia si fonda sulla capacità di promuovere  l’uguaglianza delle opportunità, per permettere  a tutti di competere ad armi pari nella scuola e nel mercato del lavoro, così da rimettere in movimento il famoso ascensore sociale. In termini come vedremo radicalmente diversi  è  stato questo un tema centrale della pedagogia democratica, che nasce proprio dal porsi la domanda se sia proprio vero che i figli della povera gente siano più stupidi di quelli dei signori, come i risultati scolastici facevano pensare. Nacque da lì l’esperienza di Barbiana, e dei tanti doposcuola popolari che anticiparono il ’68, e delle prime esperienze di tempo pieno a Torino, dove i figli degli operai immigrati venivano sistematicamente bocciati alle elementari.

Ma per farlo misero in atto percorsi educativi che si scontrarono contro la meritocrazia tradizionale della scuola italiana. Per scoprire la conoscenza nei luoghi di lavoro e di vita degli operai e dei contadini, per valorizzare il sapere che c’è nelle mani e nelle orecchie, nella musica e nei colori, nella memoria storica dei loro padri e dei loro nonni. “Perché se il sapere è solo quello dei libri, chi ha tanti libri a casa sarà sempre più avanti di chi i libri non li ha mai visti”. E arrivarono anche ai libri partendo da lì, dall’esperienza di vita dei loro quartieri e dei loro paesi,  imparando che quelli come loro erano tanti nel mondo, e che tutti assieme si poteva dare dignità e speranza a quelli che le scuole di tutto il mondo mettevano ai margini e bocciavano.

La motivazione allo studio e all’impegno non era quella di prendere l’ascensore per uscire da soli dalla propria classe, ma quella di crescere tutti assieme dando valore alle capacità, che è cosa ben diversa dal merito, che tutti possiedono, e che la scuola deve far emergere e valorizzare.

Questa cultura cambiò la scuola italiana, soprattutto quella dell’infanzia e delle elementari. Produsse un nuovo sapere pedagogico. Tra il John Dewey di “Scuola e democrazia”, e Howard  Gardner e la teoria delle molte intelligenze. Un sapere che dura, e che fa si che la nostra scuola primaria, nonostante i tagli, sia ancora oggi-persino nelle analisi PISA- una delle migliori del mondo, e le nostre maestre siano probabilmente le persone che meglio hanno saputo affrontare, nel disinteresse dei Ministeri e nella distrazione dell’Accademia, il mondo che ci arrivava in casa con le migrazioni.

Ma quel sapere pedagogico perdeva colpi man mano che si saliva, che si passava dalla scuola dell’apprendimento a quella delle discipline, in cui la conoscenza si specializza e si frantuma in un numero assolutamente spropositato di insegnamenti- un record rispetto agli altri Paesi europei, e l’individualismo di chi insegna, di chi impara e delle loro famiglie, prende il posto della condivisione e della cooperazione. Ma questo non migliora il “merito”. Secondo le analisi PISA che appunto il merito intendono misurare, i bambini italiani che a 9 anni sono fra i migliori del modo, precipitano a 15 agli ultimi posti della graduatoria.

Furono in fin dei conti ragioni “meritocratiche” quelle che fecero saltare la più sensata delle riforme proposte da Luigi Berlinguer, quella del ciclo unico di base, che doveva unificare scuola elementare e medie “inferiori” con un progetto educativo coerente e senza salti.

“Si prolunga l’infanzia”. “Si ritarda il momento in cui i migliori possono emergere”. “Si declassa il sapere disciplinare degli insegnanti delle medie”. Furono le ragioni opposte ad un progetto che intendeva far “salire” la qualità pedagogica della scuola italiana, fecondando con i valori della cooperazione, con l’attenzione alle diverse intelligenze, tipiche della nostra scuola primaria, anche i livelli più alti dell’istruzione.

E “meritocratiche” sono le ragioni che hanno coperto le misure che negli ultimi anni hanno segnato il progressivo disinvestimento sulla scuola, dal maestro unico nelle elementari, alla drastica riduzione del tempo pieno, alla progressiva  disattenzione verso gli alunni portatori di handicap.

E pur tuttavia dagli anni 60 in poi si assiste ad un straordinario aumento dei livelli dei livelli di istruzione e dei livelli di apprendimento dei figli delle classi più svantaggiate. Le ricerche in merito ci dicono che in Italia e non solo le probabilità di raggiungere i livelli di apprendimento più  alti –gli A-level- cominciano a dipendere meno dal reddito delle famiglie di provenienza.  Le nuove consapevolezze pedagogiche che si fanno largo nella scuola italiana- e che ne permeano tutti i livelli, anche quelli dove è più difficile- sono contestuali ad un innalzarsi progressivo dei livelli di reddito e di consapevolezza della propria dignità e del proprio valore della classe operaia e degli strati sociali più svantaggiati.

I la voratori chiedono più sapere non solo per i propri figli ma anche per se stessi. In Italia si sviluppa l’esperienza delle 150 ore, in cui il sapere non è inteso come una modalità per uscire dalla propria classe, ma per aumentare la propria capacità di conoscere e controllare il ciclo di produzione e di riproduzione sociale, ma anche per leggere libri, per andare a teatro, per sentire musica, per rendere più ricca la propria vita. Per prendere l’ascensore  tutti insieme, e migliorare tutti insieme la propria condizione di vita.

L’operaio che vuole il figlio dottore” è lo stesso operaio che si impegna, con la lotta sindacale e con lo studio, a rendere più dignitosa e libera la sua stessa vita.

Da un punto di vista più generale quelli sono gli anni che vedono aumentare in tutto l’Occidente quella che gli economisti e i sociologi chiameranno classe media, che è quella parte della popolazione che sta in mezzo tra la parte della popolazione più ricca e quella più povera.

Poi succede che dagli anni ottanta in poi gli stessi testi standardizzati di apprendimento ci dicono che i livelli dei ragazzi provenienti dalle classi più svantaggiate ricominciano a peggiorare, in Italia e in gran parte dell’Occidente. Ce lo dicono Goldthorpe e Jackson nella loro ricerca, ce lo conferma un insospettabile come Carlo Cipollone,   un economista passata dalla Banca d’Italia alla valutazione dei sistemi educativi in  Italia e nel mondo, proprio ragionando sui dati forniti da G. e J. Ed è difficile non correlare questo dato con il fatto che le disuguaglianza tornano a crescere, con la finanziarizzazione dell’economia, con la deindustrializzazione, con la crescita dell’immigrazione confinata nei lavori più poveri e neri. Richard Sennet, nel suo ultimo libro “Insieme”, ci fa vedere come l’attitudine a cooperare e il riconoscimento della diversità delle intelligenze e delle capacità, che è stata il fattore fondamentale della crescita di opportunità di apprendimento per i più svantaggiati, sia in stretta correlazione con l’indice di Gini, che misura il livello di disuguaglianza dei diversi paesi. E oggi l’indice di Gini quasi ovunque registra l’aumento della disuguaglianze.

E l’ascensore  sociale si blocca ovunque, sia in senso collettivo che individuale. Federico Rampini, a cui il vivere a lungo negli USA ha finalmente aperto gli occhi sulla natura e sugli effetti sociali del liberismo, documenta nel suo ultimo libro, volto a spiegare la falsità del luogo comune “Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale”, nella collana che l’editore Laterza sta dedicando a demistificare i tanti “idola” di questo tipo,  come,  per effetto di anni di politiche deregolatorie,  la classe media si stia rapidamente contraendo, e di come contestualmente diminuisca la possibilità dei giovani delle classi più basse di laurearsi e di trovare, se laureati, un lavoro che dia un reddito superiore a quello dei loro padri, o di trovare un lavoro qualsiasi.

Il prestito d’onore, uno strumento che i meritocratici amano tanto perché denota responsabilità personale ed evita l’aborrito intervento dello Stato, sta per creare una bolla finanziaria simile a quella dei mutui sub prime  per l’acquisto delle case, dal momento che chi lavora poco e male ha qualche difficoltà a restituire prestiti sempre più alti e sempre più onerosi. I giovani americani vedono così  anticipata la fase in cui assumono la condizione di debitori, che è quella verso cui spinge la maggioranza delle persone un sistema economico e sociale che ha la pretesa di farci guadagnare di meno e farci consumare di più. E mandare anche i figli all’Università. Non è azzardato prevedere una contrazione del numero dei giovani che all’Università si iscriveranno. In Italia sta già succedendo, risolvendo verso il basso il paradosso di un Paese che ha insieme il minor numero di laureati e ricercatori dei Paesi “sviluppati” e il più alto numero di laureati e ricercatori che non lavorano o lavorano poco e male.

Abravanel, nel libro citato, contrappone alla disuguaglianza statica, quella che misura il rapporto tra la ricchezza dei più ricchi e quella dei più poveri, la disuguaglianza dinamica, quella che valuta la crescita dei singoli individui nel loro ciclo di vita. Un concetto che ha trovato ampia eco nella stessa politica della sinistra italiana e non solo. Walter Veltroni lo diceva più o meno così: il problema per noi non sono i ricchi, ma i poveri. In realtà tutto ci dimostra che il crescere dell’uguaglianza statica aumenta drasticamente la stessa disuguaglianza dinamica, e riduce la possibilità di ascesa sociale dei giovani provenienti dalla parte povera della popolazione.

In estrema sintesi mi pare che si possa dire che l’ascensore individuale funziona solo quando funziona anche l’ascensore collettivo, quello che misura il crescere in termini di reddito e di consapevolezza delle classi più svantaggiate, e si riduce la disuguaglianza. E che la scuola ha saputo aumentare le opportunità dei ragazzi poveri di crescere quando ha messo in atto modalità educative cooperative e di contrasto all’individualismo competitivo.

E pur tuttavia c’è un punto su cui i meritocratici hanno ragione. Il crescere dell’importanza delle conoscenza per lo sviluppo delle nazioni e delle imprese. Siamo davvero dentro l’economia e la società della conoscenza, o per meglio dire del capitalismo cognitivo, per prendere le distanze da quelle letture che vedono in essa la fine di orni contraddizione basata sulla proprietà, sul reddito, sul potere.

La contraddizione dentro cui già siamo e che diventerà sempre più rilevante negli anni che verranno, e Young la anticipava con grande lucidità, è fra quelli che pensano e operano perché il sapere e il potere siano nelle mani dei pochi, più o meno meritevoli, nelle imprese, riproducendo anche di fronte al cambiamento tecnologico le ben consolidate catene di comando del taylorismo, nei territori, nelle nazioni. E chi pensa invece che essa può essere una grande occasione per far crescere le capacità di tutti, di scoprire e valorizzare il sapere che c’è in qualsiasi lavoro, delle mani e della mente, di affermare il carattere di bene comune della ricerca e della cultura, come requisito fondamentale di uno sviluppo che voglia essere socialmente e ambientalmente sostenibile. Come grande occasione per riconnettere le idee di libertà e di uguaglianza.

E’ evidente da che parte stanno i meritocratici. Del resto  il sociologo pazzo di Young, quello che in prima persona tesse l’elogio della meritocrazia, così pazzo da farne l’elogio  nella tumultuosa assemblea di Peterloo in cui il popolo decide di averne le palle piene di questa faccenda, e che perderà la vita nei tumulti conseguenti, ci spiega che evitare l’ascesa collettiva e l’uguaglianza è uno dei compiti primari della meritocrazia. Se assicureremo ai più intelligenti della classe operaia di salire nella scala sociale, priveremo di intelligenza il sindacato e i partiti che la rappresentano,  convinceremo i più svegli di loro che è meglio investire su se stessi che sulla crescita collettiva di chi rappresentano o potrebbero rappresentare. Forse questa è la parte della profezia che si sta avverando, anche se in forme un po’ diverse da quelle ipotizzate da Young. Dentro la politica, più che fuori  dalla politica, che sempre più ò diventata, anche a sinistra, un modo per cambiare la propria vita e la propria condizione sociale. E anche qui, come per i padroni di Hayek, più che per il merito e le competenze, conta “quel certo non so che” che ha che fare con il potere e con l’arbitrio.

 

Pubblicato in: http://www.roars.it/online/la-meritocrazia-dei-liberisti/






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