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In risposta a chi non ne può più di quote

Noi non ne possiamo più di merito (presunto)

(di Giulia Fasano)

Ho letto con crescente scuotimento di testa, sull’Espresso, l’intervento di Michele Ainis, dal titolo eloquente di Candidature rosa, non se ne può più.

«Un capo o una capa dello Stato? Di questi tempi è obbligatoria la papessa»scrive. E ci rivela che «girano nomi impresentabili, cognomi impronunciabili». Certo, quella «cosa», cioè quella specie di discriminazione al contrario che noi definiamo impropriamente quote di genere e che, come Ainis ci insegna si chiama «affermative action», è un «principio sacrosanto» e poi «per fortuna le donne italiane continuano a scalare posizioni». Certo. Però c’è un però, secondo l’autore dell’articolo.

C’è che, viste tutte queste ministre, viste le donne ai vertici delle società partecipate dallo Stato, viste quelle candidate capoliste per le circoscrizioni europee, vista una donna alla Commissione europea e vista addirittura una donna alla Consulta, Ainis lo dice «fuori dai denti: non se ne può più. Quest’andazzo è offensivo innanzitutto per le donne. Ha un che di pornografico, gioca sull’esposizione del corpo delle donne».

Domanda: quale parte esattamente di «quest’andazzo» ha un che di pornografico? E qual è quella offensiva? Semmai non suona proprio come un complimento la frase del gran finale dell’articolo. Che dice così: «magari l’anno prossimo un’italiana entrerà nel Quirinale. S’accomodi pure, ma a una condizione: che sia una donna brava, oltre che giovane e magra».

Siamo alle solite: a una donna è sempre rischiesto il requisito essenziale dell’eccezionalità. Dev’essere brava. Anzi, bravissima. Deve dimostrare di essere una fuoriclasse anche dove, a parità di posizione, i suoi colleghi maschi sono semplicemente normodotati (e parlo di intelligenza e capacità professionale…).

Ora. Tanto per chiarire: non credo che le cosiddette quote di genere siano il massimo a cui aspirare, non credo che nessuna persona sana di mente possa pensare che una donna in quanto tale è «più» in tutto. Non credo che le quote valgano più del merito. Ma il fatto è che noi donne siamo in affanno: non per gareggiare partendo da una stessa posizione. No. Sarebbe già un bel passo avanti. Il più delle volte siamo in affanno per arrivare alla stessa linea di partenza degli uomini. Ed è per questo che le quote hanno un senso.

Ho sempre guardato con grandissima diffidenza la questione delle quote. In un mondo perfetto sarebbe ridicolo anche solo ipotizzarle. Ma qui siamo nella realtà e perfezione non ne vedo. Tocca adattarsi al luogo e allo spazio in cui viviamo.

Un’amica che ha lavorato una vita come dirigente sindacale mi ha aperto gli occhi:«Io voglio anche il mio diritto alla mediocrità» mi ha spiazzato un giorno. E il ragionamento è semplice: perché su cento uomini è accettabile, ammesso, tollerato, digerito che ce ne sia una quota mediocre e le cento donne equivalenti devono essere invece sempre impeccabilmente «all’altezza»?

E allora ecco la proposta. Cominciamo a entrare nel gioco e diamoci il tempo che ci serve per guadagnarci ogni singola posizione con il merito. Perché il merito è il principio a cui tendere, va da sé. Mi sembra fin troppo ovvio che non si debba aspirare alla mediocrità. Ma il punto è un altro: giocare la partita con le squadre in campo alla pari, 11 a 11. Ecco. Quando saremo 11 a 11 potremo finalmente sospendere le quote tanto odiate e puntare tutto sulle capacità di ciascuna e ciascuno. E che non si dica che è già così, semplicemente perché non è vero.

Insomma, oggi quello che possiamo fare è aspirare così come siamo (mediocrità compresa) a gareggiare cominciando dalla stessa linea di partenza. Anzi, a dire il vero sarebbe più giusto non soltanto aspirare a questo ma fare un passo in più: pretenderlo. E chiunque non sia in malafede capisce benissimo che le quote non sono la negazione del merito ma lo strumento per offrire alle donne le stesse opportunità-base che gli uomini hanno da sempre. Fateci giocare alla pari e allora sì che il risultato, qualunque sia, sarà davvero equo.



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